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Hanasia, la Regina dei Saiyan

Scritto da Salagir

Traduzione e adattamento di Crix e Prosavio

Questa storia si svolge sul pianeta dei Saiyan, ben prima che questi ultimi diventassero il popolo di sterminatori che ha portato terrore in tutta la Galassia all'epoca di Re Vegeta. Se ti sei mai chiesto in che modo queste persone così potenti vivessero in comunità, se vuoi sapere le sorti dei Guerrieri Millenari che hanno preceduto Broly, se le avventure di una frenetica ed emotiva combattente in un mondo crudele ti tentano…allora entra nel mondo della Saga di Hanasia!


Parte 1 :123
Parte 2 :4567891011121314151617
Parte 3 :18192021222324252627282930313233343536373839404142
[Chapter Cover]
Parte 3, Capitolo 21.

L’Imperatore Blizzard

Traduzione di Emperor Vegeta, adattamento di Prosavio

Il consigliere ritornò sul terreno di battaglia, ma la ragazza se ne era già andata. Chiese in giro, ma nessuno sapeva dove fosse. Poteva essere che fosse già ritornata al suo villaggio natale? Difficile a credersi che non avesse il minimo interesse nel visitare la capitale… Svolazzò in giro ad alta quota, controllando le strade circostanti.

 

Una ragazza di campagna (lo si poteva vedere dai suoi indumenti) che aveva appena combattuto (lividi, graffi, bruciature, specialmente sui suoi vestiti anneriti dalle esplosioni di Ki, ovviamente non dalla disputa con la piccola ragazza), ecco ciò che il gruppo di Saiyan aveva scoperto quando era tornato.

“Una sconosciuta che ha appena combattuto una dura battaglia…”, disse uno di loro.

“… Che sta celebrando la sua recente vittoria.” Concluse un altro. “Che possa essere lei?”

“Ehi”, continuò il primo Saiyan. “Chi sei tu??”

“Sta rubando il nostro cibo!” Disse la piccola ragazza, felice di veder tornare la sua famiglia. “Ha fatto saltare due dei miei denti! Dobbiamo ucciderla!”

“Se vuoi ucciderla, dolcezza, questo è un tuo problema.” Rispose il primo, non appena si avvicinò alla scena. Poi continuò a rivolgersi alla sconosciuta: “Ehi, ragazza Saiyan! Sto parlando con te!”

“Assetataaa...!” Sbottò l’estranea, di tutte le cose con cui poteva rispondere. Poi, dopo essersi alzata improvvisamente, rimase vittima della mancanza di equilibrio. Accovacciandosi, poteva assaporare qualcosa di strano che si faceva strada nella sua gola. E capendo all’istante cosa stava per succedere, si chinò e mirò verso le strane trincee presenti sul terreno, le quali erano state create per permettere alla pioggia e a ogni altro liquido… di scolare.

Hanasia vomitò tutto il cibo che aveva mangiato… così come i litri di vino che aveva bevuto.

 

“Bene, il mio stomaco si sente meglio, ma qualcosa ancora non va con la mia vista”, pensò Hanasia tra sé.

Non aveva controllo dei suoi sensi. Non poteva concentrarsi su nulla. Vedeva un’immagine doppia o tripla, come se il mondo girasse tutto intorno a lei, di un boccale, forse l’ultimo ad essere ancora pieno. Il rimedio perfetto per il terribile sapore intrattabile che affliggeva la sua bocca.

“Saiyan, prima che tu ti sieda al tavolo di qualcuno, è comune educazione presentarsi. Anche se non sembra ti sia seduta ad alcun tavolo, in realtà. Probabilmente dovresti fermarti con il vino, se poi tornerà solamente fuori in pochi secondi. Non è economico”.

“Taci, e damme’ un altro.” Ribatté Hanasia, afferrando il Saiyan dal colletto, quasi trattenendolo, mentre metteva il recipiente vuoto sotto il suo naso. “Tu prob’ente hai un’intera cantina di ‘este da qualche parte…” [linguaggio da ubriaca di Hanasia]

Il Saiyan la prese per mano per spingerla via, ma lei utilizzò lo slancio per farlo volare via come se fosse una piuma, con grande sorpresa degli altri, i quali si accorsero che evidentemente non aveva messo così tanta forza nel suo lancio.

“Hoooo deeeetto…” rincominciò, brandendo ancora il bicchiere vuoto. “Ne vogli’altro!” Saltò sopra al tavolo per incontrarsi con gli altri membri del gruppo.

“Tu sei quella che ha sconfitto l’enorme mostro laggiù, vero?” Provò a dire uno dei membri più diplomatici.

“Ssssì…” Rispose lei, con il viso molto vicino al suo. “L’ho completamente preso a calci nel sedere… L’hovvisto arriva’, anche… Più come se potessi percepirlo da casa…”

“Siediti, sei nostra ospite qui”, rispose l’uomo. “Ti prenderò ancora da bere.”

“TU! TU!” Incitò Hanasia nelle sue orecchie. “Tu… tu sei un bravo ragazzo.”

“E qual è il tuo nome?” Chiese lui come aprì un barile nascosto sotto al tavolo, prima di riempire ogni bicchiere, cominciando attentamente con quelli più vicini ad Hanasia.

“Io sono Hanasia, ma tutti i miei amici mi chiamano Hanasia.”

I Saiyan avevano tutti preso il proprio posto intorno al tavolo e festeggiarono allegramente, con gli occhi maggiormente rivolti verso la combattente che li aveva salvati. Il padre della piccola ragazza era tornato e non era mai stato fatto volare in aria in quel modo. Non volendo avere nessun altro problema con la ragazza, anche lui semplicemente si sedette. Il gruppo fece attenzione a non rivelare il recente traguardo della ragazza Saiyan, altrimenti il loro spazio sarebbe stato inondato con quelli che al momento stavano occupando il sito della battaglia, cercandola.

“Allora, Hanasia!” Annunciò una voce soffocata.

Hanasia si girò per guardare la piccola ragazza.

“Hai incontrato l’onore oggi, ma incontrerai l’orrore domani! Perché io, Brussel VII, ti batterò. Avrò la tua testa!”

Hanasia strizzò gli occhi e attirò il suo viso verso quello della bambina con sguardo curioso, che fu accompagnato da:

“Ci siamo… già visti da qualche parte prima d’ora?”

 

 

I Saiyan non avevano mai fatto prigioniero nessuno.

Era un concetto difficile da comprendere per loro. O uccidi il tuo avversario, o lo lasci andare.

Ma prigionieri? Quella parola difficilmente esisteva nel vocabolario dei Saiyan. Quale muro o vincolo poteva in alcun modo contenere il vigore di un Saiyan?

Come tale, nella rara occasione in cui qualcuno veniva detenuto, sarebbe stato con una sorveglianza 24 ore su 24, sette giorni su sette. Il Saiyan specifico che ricopriva il ruolo era stato nell’esercito della razza fin dall’inizio. Prima di tutto questo, faceva parte di quei pochi che chiamavano se stessi “la Guardia Reale”. Sapeva come obbedire e poteva anche essere paziente. Ma adesso c’erano stati proprio troppi cambiamenti.

“Okay, allora da dove vieni?” Chiese all’unico soldato detenuto rimasto cosciente, seduto sul terreno, quando lo sbatté con il suo piede.

“Non lo saprai, maiale barbarico.”

“Vieni dalla Luna, giusto? Ho sempre saputo che era abitata. Poiché non possiamo respirare a certe altitudini, voialtri siete diventati strani, è logico.”

“Idiota, non hai idea di quanto sia grande l’universo…”

La guardia calciò violentemente la faccia del prigioniero. Cadde di lato e iniziò ad asciugare il sangue dal suo viso.

“Non sono un idiota. Conosco come funziona la dimensione delle cose. La Luna è molto lontana nel cielo, perciò è veramente grande. Come una montagna. È come la grandezza della città, così ci vivete dentro.”

“Veniamo da molto più lontano! Completamente da un’altra stella! Non siamo nemmeno nativi del vostro sistema solare!”

“Non ho nessun sistema solare. E le stelle sono solo punti di luce. Da vicino potrebbero essere più grandi, ma non quanto una città. Stai solo dicendo cose senza senso. Non vedo l’ora che loro ti raccolgano, perché sono stanco di ascoltare le tue stronzate.”

Vicino a loro, un altro Saiyan guardava da vicino l’altro soldato detenuto, che era sdraiato su una barella. Di tanto in tanto, lo colpiva dalla curiosità, tanto quanto un bambino che scopriva un animale morto sul ciglio della strada.

 

Gli Tsufuru non avevano avuto prigionieri per molto tempo.

Erano passati secoli da quando la loro unificazione aveva portato pace in casa loro. E ogni Tsufuru che commetteva un’infrazione, un reato o un crimine, al contrario di essere mandato in prigione, veniva giudicato e mandato di conseguenza in un centro di riabilitazione. Da lì, circondato da attenzione e supporto, il giudicato sarebbe tornato sulla giusta via e si sarebbe riunito alla società come uno dei suoi membri produttivi.

I materiali prodotti per il guerriero Saiyan sperimentale di Moraceae Urticales Tracheobionta divennero improvvisamente molto utili. Quando la navetta Tsufuru raggiunse la città, alcune solide e ben protette gabbie furono tirate fuori per trasportare i piloti di Chilled. Questi non erano soldati, e non causarono un gran putiferio. Erano felici di essere ancora vivi…

Non si aspettavano che le loro celle fossero una larga gabbia di vetro colorato, macchiate di alberi e verde, che riproducevano un panorama con cui i Saiyan erano familiari! Ma questo era tutto quello che gli Tsufuru avevano per contenerli. Qualche sedia fu aggiunta in fretta.

Gli agenti Tsufuru e i robot tenevano di mira i navigatori detenuti quando si sederono…

“Grazie per la vostra cooperazione”, incominciò il capo Tsufuru. “Spero possiamo continuare in questo modo, perché ci sono alcune domande che vorrei fossero risposte. Prima di tutto, potete comprendermi?”

I navigatori lo capirono perfettamente. Il filtro linguistico era efficiente come sempre. Il suo unico difetto era con lingue estremamente complesse, come il Namecciano. Il linguaggio semplicisticamente barbarico dei Saiyan da tradurre per il filtro era semplice come mangiare una fetta di torta, e anche quello raffinato ma comprensibile degli Tsufuru era facilmente a sua portata. Per di più, l’interrogatore parlava loro come avrebbe fatto un bambino per semplificare le cose.

I prigionieri si girarono verso uno dei loro, che sedeva al centro. Il Capitano. Solo secondo in comando, perché, quando Chilled era nei paraggi, non c’era nessuno i cui ordini avevano precedenza sui suoi. Nessuna eccezione.

“Lord Chilled è veramente morto?” Chiese, e quella fu la sua unica risposta agli Tsufuru.

 

 

Ci sono molti vantaggi nel fare parte della corte di un Imperatore. Ma anche molti svantaggi. Per esempio, c’è il fatto che ogni nobile ha il diritto di decidere la vita o la morte di un servo, così come di impartirgli qualunque ordine possibile senza preoccuparsi delle conseguenze. Certo, l’aiutante non è in una posizione facile quando gli sono stati dati due ordini da diverse parti da compiere allo stesso tempo, ed è anche peggio quando si contraddicono l’uno con l’altro. Parti che sono più che disposte nel farti giustiziare se non dovessi compiere il tuo compito, perché è conoscenza comune che le loro stesse vite sono molto impegnate. Lui impartisce l’ordine, questo è quanto. Un altro inconveniente è che devi essere a conoscenza di tutti gli eventi correnti, così come non devi espiare l’errore di un altro (domestici, si assomigliano tutti), o devi capire quando un nobile è di cattivo umore, o se desidera qualcosa che non ha richiesto. Così come non portarglielo è un errore, lo è anche portagli qualcosa che non ha chiesto. E poi ci sono quelli che uccidono o mutilano solo per il mero piacere di farlo.

Ma dopo tutto ci sono dei vantaggi. A cominciare dal prestigio. Non tutti giungono a lavorare per la corte. Non è il caso di chi prima arriva, meglio alloggia. Questi individui privilegiati sono quelli che possono approcciare, odorare, o qualche volta anche toccare queste figure di stato così elevato che solitamente non vedresti mai nella vita reale.

Ci sono anche i soldi. Per quelli che non gli danno importanza, il più semplice dei servizi poteva valere svariati mesi meritevoli di salario. “Quanti zero ci vogliono? Dagli qualche milione. Oh? Stai dicendo che potrebbe comprare una nazione con quello? Che dilemma… Qualche migliaio, allora.”

Infine, c’era l’ambizione. Se uno si fosse fatto notare, senza esagerare troppo, perché dopo tutto l’impertinenza non era tollerata, avrebbe potuto sposare una del clan nobile, o forse essere direttamente al loro servizio. Con qualche saggia parola di consiglio, uno poteva diventare un consigliere favorito, forse anche un generale di una potente figura. Tra l’altro, queste persone non usavano un curriculum vitae…

Ma nella corte di questo particolare imperatore, o meglio, dell’imperatore, perché in questo universo uno solo poteva veramente chiamarsi il solo… i domestici erano tutti schiavi, che lavoravano a pieno regime fino a che la morte li avesse facilmente inseguiti. Non c’erano molti nobili o figure privilegiate, piuttosto, grandi bruti con smisurata forza che permettevano loro di fare come volevano.

 

Perché con l’Imperatore Blizzard, tutto quello che contava era la forza. Forza e obbedienza, ovviamente.

Qui in piedi c’è Avoka, un guerriero dalla pelle blu in grado di spostare montagne, e di distruggerle con un solo attacco. Era orgoglioso di non aver mai toccato il terreno, e tutto ciò che trasportava levitava accanto a lui. Orgoglio, e un vero fiasco. Uccideva tutti quelli che vedeva come inferiori, guardandoli fissi prima di lanciare il colpo finale. A braccia incrociate, schiacciava i loro cuori usando la telecinesi. Era molto impressionante da vedere, per una persona normale.

Mai lasciato solo, Yikoun stava sbavando in un angolo della stanza. Era un mostro che poteva a malapena parlare. Possedeva un artiglio retrattile su ogni mano, un corpo deformato e una mente demente. Gli serviva sempre un servo al suo fianco per sentire di avere una vita nelle sue mani. Se il subalterno avesse provato a scappare, sarebbe stato ucciso. Il mostro non indossava un’uniforme come facevano gli altri soldati. Finiva sempre col ridurle in brandelli. Aveva raggiunto la posizione in cui si trovava solamente perché l’unica cosa che aveva compreso e rispettato era quella che doveva obbedire ai Demoni del Freddo. Era soprattutto impiegato come un’arma di distruzione, che viveva e respirava. Era sempre uno spettacolo adorabile scatenarlo su un esercito di soldati.

Più veloce di un impulso elettrico, più leggera di una piuma, la miglior assassina che i Demoni del Freddo abbiano mai avuto tra i loro ranghi, Dijicharate, si muoveva attraverso i corridoi senza il minimo rumore, senza neanche ostacolare l’aria, completamente invisibile. Erano pochi quelli, anche tra gli altri combattenti, che erano in grado di accorgersi della sua presenza. Alcune teorie affermano che il suo pianeta incontrò un genocidio per mano di un Demone del Freddo, ma altri insistono nel dire che lo abbia fatto lei stessa in un sol colpo. Di fatto, si dice che la sua velocità sia interamente genetica, e che non poteva sopportare di vedere uno dei suoi fratelli sorpassarla in quell’aspetto.

Il Massiccio generale (ci teneva a questo titolo) Chatterton rimaneva sempre vicino al suo Imperatore. Con molti continenti spazzati via dalla mappa per sua mano, era il più leale, il più rispettoso e quello che più era incline nel reprimere gli insubordinati. Era particolarmente irritato dalla follia di Yikoun, e dalle maniere di Dijicharate, che sapeva di essere utile abbastanza da farsi perdonare le sue buffonate da ragazza misteriosa, qualche volta anche accettando ordini senza mostrare il suo volto.

Oltre a questi mastodonti, andavano e venivano altri combattenti che potevano facilmente distruggere intere città e resistere ad ogni forma di armamento sconosciuto, oltre alle armi atomiche.

Ma erano tutti così ridicolmente deboli. Nessuno poteva neanche avvicinarsi, in alcuna forma di prestanza fisica (velocità, resistenza, forza, ecc..), alla potenza dei Demoni del Freddo. E il progenitore di tutti, l’Imperatore Blizzard, sedeva sul suo trono al cuore della sua corte come se fosse un simbolo assoluto di onnipotenza.

Con oltre 4 metri di altezza, portava pesanti corna che puntavano al cielo. Una testa quadrata, sulla quale una linea colorata delineava la sua faccia, e gli occhi così penetranti che potrebbero guardare attraverso i muri. Mani con cinque dita, piedi con tre, e una coda che si avvolgeva intorno al suo trono in molti strati. Era una coda straordinariamente lunga, che da sola provava che non aveva avuto bisogno di muoversi per molto tempo. Blizzard era stato qui sin dall’alba dei tempi. Beh, c’è da dire, non così storicamente. Ma gli antenati dei nonni degli abitanti e degli schiavi dell’impero potevano ricordare solamente lui come Imperatore. Infatti, aveva più di 1200 anni.

Ogni 500 giorni, si faceva il favore di celebrare il suo compleanno con un incredibile banchetto, che avrebbe aggiunto una stella d’oro in più. Era orgoglioso nel vedere quanto sarebbero stati stupiti i suoi figli nel vedere un muro ricoperto di quelle stelle, tanto quanto lo era stato lui di fronte a quelle che suo padre aveva avuto a suo nome tutti quei secoli fa. Aveva già superato di molto l’età in cui suo padre era morto, ed era certo di aver raggiunto i suoi ultimi giorni. Ma aveva fiducia nel futuro. I suoi predecessori non avrebbero mai potuto avere più di due bambini. Lui, il più forte del suo lignaggio, d’altro canto, era riuscito ad essere padre di quattro potenziali eredi dei Demoni del Freddo. Più che abbastanza per assicurare l’espansione del suo Impero di sempiterna gloria. Non ci sarebbe mai stata guerra. Il senso della famiglia e la sua dinastia era proprio così forte. Nonostante fosse fragile e indebolito, i suoi figli non si sarebbero mai permessi di alzare una mano contro di lui.

Ah, i suoi potenti bambini! Nessuno avrebbe potuto eguagliarlo al suo apice. Ma avevano ancora tempo per migliorare. Il suo figlio maggiore era già più forte di suo nonno. E di certo gli altri tre avrebbero avuto l’abilità di produrre dei discendenti. Non tutti i Demoni del Freddo erano benedetti con questa abilità, e questo era perché il loro numero era così limitato.

 

Lo schiavo che stava entrando nella stanza tremava. Tremava perché sapeva che stava per morire.

Stava portando un messaggio della massima importanza, e sapeva che avrebbe dovuto interrompere l’Imperatore per recapitarlo. Ma non sarebbe stato quell’affronto a determinare la sua morte, no, ma piuttosto le terribili notizie che stava per annunciare.

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