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DBM Universo 16: La Fusione di Due Vite

Scritto da Syl & Salagir

Traduzione e adattamento di Son Broly, Prosavio, Edge2721

Quando Vegeth entrò nel corpo di Bu, fece una scelta: mantenere la sua barriera (U16), o lasciarla (U18). Questa è la storia di quello che è successo dopo ... Anche se Vegeth ha salvato l'universo, Goku e Vegeta sono completamente scomparsi...


Parte 1 :12345678
Parte 2 :91011121314
Parte 3 :15161718192021222324
[Chapter Cover]
Parte 3, Capitolo 19.

La Mafia Uniersale

Capitolo tradotto da

Edge2721

Part 2

C’erano solo cattive notizie in arrivo per Don: gli uomini che lui stesso aveva mandato per catturare i bambini erano stati completamente distrutti dai suddetti bambini e da altri membri della famiglia del dio Vegeth… Ad essere sinceri, avrebbe dovuto immaginarselo che sarebbe accaduto, o no?

Peggio ancora, i suoi uomini aveva spifferato tutto ciò che sapevano sulla Mafia, sui loro capi e sul Don stesso. Le tecniche che aveva adottato per secoli, allo scopo di impedire ai suoi sottoposti di far fuoriuscire troppe informazioni riservate, erano state inutili… Don avrebbe dovuto sapere che quelle tecniche non erano nulla contro l’abilità di persuasione di Vegeth. E, prima o poi, sarebbe venuto a fargliela pagare senza lasciargli scampo, questo era ovvio. Così, rimase sempre in città, a casa sua. Certo, non era il posto più adatto per nascondersi, ma era quello dove si trovava più a suo agio e che conosceva meglio.

Il giorno in cui venne a conoscenza che Vegeth lo stava cercando, Don richiese ai suoi uomini più fidati di venire a casa sua, che era ormai diventata piena di killer assetati di sangue. Alcuni di questi guerrieri erano in grado di spazzare via un intero continente con una semplice ondata di energia. Lanciò un’occhiata spaventata alla moglie e alla figlia.

L’essere risultante dalla fusione degli ultimi due Saiyan non avrebbe esitato un istante ad ucciderli. E a farglielo capire…

Ma, d’altro canto, quella casa era il posto più sicuro che aveva. Così, tenne stretta la sua famiglia e aspettò.

Durante la sera era così teso che non chiuse occhio se non durante le prime ore del mattino. Aveva piazzato due dozzine di combattenti, i suoi più fidati, nella sua stanza. Non fu captato il minimo rumore sospetto.

Il sole svegliò Don il giorno dopo. Che brillava attraverso le vetrate a prova di proiettile, i raggi caddero sul suo viso e lui aprì gli occhi. Era sorpreso dal fatto di essere stato svegliato dal sole invece che da un campanello d’allarme o da qualcuno. Tuttavia trovava strano anche che, non importa dove guardasse, non c’era nessuno. Si voltò allora, e dove la sera prima c’era sua moglie… ora c’era…

No, non c’era la testa di un cavallo. C’era il nulla più totale! Sua moglie non era nel letto. Anzi, era rimasto completamente solo nella stanza.

Balzò fuori dal letto, preoccupatissimo, o meglio, nel panico più totale. Tuttavia, ebbe la lucidità di infilarsi le pantofole. Le abitudini sono dure a morire. Poi lasciò la stanza, chiudendo la porta scorrevole molto lentamente cercando di fare meno rumore possibile.

Non c’era nessuno nel corridoio. I numerosi scagnozzi e robot che aveva ingaggiato per fargli da guardia del corpo non erano lì. Potè vedere pistole e armi da taglio sparse di qua e di la, ma nient’altro. Non c’era neanche nessuna traccia di un combattimento. All’improvviso, un pensiero attraversò la mente di Don mandandolo ancora più nel panico, e cominciò a correre verso la stanza di sua figlia. La serratura riconobbe il DNA e la porta si aprì. Entrò ma come al solito, non c’era nessuno! Né la figlia, né le guerriere veterane che aveva incaricato per proteggerla. Tutto era perfettamente calmo, come se fosse una stanza abbandonata.

Andò vicino la porta e premette un bottone. Il modulo di sicurezza apparì e Don chiese al piccolo computer:

“Dammi la lista delle persone entrate e uscite.”

“Ventotto secondi fa, entrata di Don. Sette ore e ventitre minuti fa, uscita di Don. Sette ore e trenta minuti fa, entrata di Shodo Etna. Sette ore…”

Don spense il computer e lasciò la stanza. Sin dal giorno precedente, nessuno era entrato o uscito dopo di lui. La persona che aveva svuotato la stanza di sicuro non era passata per la porta.

Stava sudando, guardò a destra e sinistra prima di uscire dalla stanza e poi tornò nel corridoio. Non c’era un singolo rumore. Corse verso le scale che portavano all’enorme salotto. Quella stanza non era mai stata così vuota. Non c’erano guardie ne ospiti. Anche la gigantesca mitragliatrice che aveva fatto costruire era sparita. C’erano solo alcuni bulloni avanzati, era come se fosse stato tutto tolto da una efficiente agenzia di traslochi. La scala mobile – che aveva settato al minimo – lo stava portando al primo piano. Intanto si guardava intorno, ma non vide la minima presenza di vita, neanche un insetto.

Una volta arrivato, andò a dare un’occhiata ad una stanza che aveva riempito di guardie, ma al posto loro, vide carte da gioco sparse in giro, lasciate lì come se coloro che le stavano usando fossero andati a prendere del caffè e poi sarebbero tornati. Ma la caffettiera era sul tavolo, in un angolo della stanza. Era ancora caldo e c’erano tazze tiepide intorno… La scomparsa completa dei suoi uomini e della sua famiglia… era avvenuta più o meno un’ora prima!

Continuando a sudare, mentre la sua pelle raggelava sempre più, Don mise una mano sullo stomaco. Si sentiva come sull’orlo di vomitare, ma il suo intestino era vuoto. Controllò le diverse stanze e corridoi divisi fra di loro da muri fatti di materiali trasparenti che potevano essere visti dall’entrata. In quel momento, tutto ciò che poteva vedere era la mancanza di persone e di vita.

Scordandosi tutti i princìpi della prudenza, Don corse verso la porta principale che si aprì facilmente. Andò fuori.

Dalla cima delle sue colline, poteva vedere la foresta privata, le fila di case e i parcheggi. Cercò di controllare più cose possibili. Gli alberi erano lì, così come le auto e le navicelle. Tutto era come lo aveva lasciato. L’unica differenza era che non c’era nessuno.

Inoltre l’atmosfera era più pesante del solito. Oscura. Ma non era a causa della mancanza di persone. No, era qualcosa di peggio. Fu in quell momento che Don capì cosa lo infastidiva così tanto: il silenzio. Il vento non spirava, gli uccelli non cinguettavano, i pegaso erano in silenzio nelle loro stalle, e nessun rapace nel cielo. Don scosse la testa e corse verso un’auto che aprì e prese un paio di binocoli. Lì usò per osservare la foresta: il fogliame era fermo, come paralizzato. Non c’era traccia di un uccello, niente si muoveva. Si asciugò la fronte e guardò da un’altra parte. Incrementò lo zoom del binocolo e osservò il terreno fuori dalla sua proprietà, verso i lontani villaggi.

Le strade erano vuote!

Nessun passante, nessun’ auto. Nessun movimento tra le finestre.

Don pensò che fosse morto. Era intrappolato nel tempo, era il solo rimasto. Non c’era nessun altro oltre a lui!

Vegeth gli aveva lasciato tutto: la salute, la ricchezza, la sua proprietà… ma si era preso il diritto di togliergli ogni forma di vita. Don sarebbe stato solo, per l’eternità?

Cadde sulle ginocchia, si sentì come se stesse per piangere. Rimase a fissare gli alberi della sua foresta e pensò che non erano mai stati così freddi e silenziosi.

E proprio nel momento in cui stava cominciando a pensare di aver perso la testa, udì un rumore.

Era un debole suono, e non l’aveva emesso lui. Era come se un pezzo di porcellana stava colpendone un altro, veniva dall’altra parte della casa.

Don corse. Corse e svoltò al angolo della casa verso il terrazzo dove faceva sempre colazione e da dove poteva vedere il paesaggio al riparo dal vento.

C’era qualcuno al tavolo. Vegeth!! Era nascosto dietro un giornale ma Don lo riconobbe all’istante. Era da solo, stava bevendo una tazza di tè che reggeva come un aristocratico, senza prestare attenzione a Don. Era come se stesse tranquillamente facendo la colazione a casa sua. Le notizie del giorno precedente silenziosamente scorrevano verso il basso sul giornale elettronico.

Don non potè dire una parola. Non se lo permetteva perché credeva che Vegeth non si fosse ancora accorto di lui. Ma il dio sapeva che il leader era davanti a lui. Aveva seguito i suoi movimenti sin dal suo risveglio. Don comprese che il suono udito in precedenza era stato emesso di proposito. Vegeth ripiegò il giornale e Don comprese che il suo sguardo lo stava fissando già da prima che lo facesse, era come se lo avesse sempre guardato attraverso il giornale. I suoi occhi erano concentrati su di lui, uno sguardo di morte puntato verso Don.

Don sentì le lacrime che gli scorrevano sulle guance mentre provava a resistere allo sguardo dell’essere più terribile che avesse mai conosciuto. Come aveva potuto nemmeno pensare di poter affrontare quel demone?

Cosa ne era stato di sua moglie?

Cosa ne era stato di sua figlia?

Nel momento in cui questi pensieri attraversarono la sua mente, un sogghigno malefico apparve sulla bocca di Vegeth, mostrando denti bianchi e terribili. Accentuò il suo sorriso ed emise un sarcastico “Eh!” come se avesse letto la mente di Don. Don cadde all’indietro, era pietrificato dal terrore.

Il sorriso di Vegeth lentamente scomparì, appena dopo che Don se l’era fatta sotto. Solo allora parlò.

“Cosa mi dai in cambio dei tuoi familiari, delle persone che ti ho tolto e della tua vita com’era prima?”

Il padrino stava tremando dalla paura, ma anche a causa dell’eccitazione che stava provando alla notizia che c’era un modo per riavere indietro la sua famiglia! Ma il prezzo da pagare… Vegeth di sicuro non voleva denaro, di quello era certo.

“Mi… mi è rimasta solo la mia vita…” rispose.

“La tua vita? Beh, mi dispiace deluderti, mio povero Don, ma la tua vita non vale nulla.”

Tremò ancor di più.

“Posso ucciderti quando voglio, dove voglio. Non ho fatto tutto questo per avere la tua vita, Don.”

E così, aveva davvero svuotato un intero villaggio e fatto scomparire tutti i suoi scagnozzi… Alcuni di loro potevano facilmente superare la velocità del suono ma a quanto pare, neanche quello era stato abbastanza contro Vegeth! Aveva persino portato via tutti gli animali… e addirittura fermato il vento. Tutto solo con i suoi poteri!

“Io… io capisco, Vegeth… signore… la nostra organizzazione non attaccherà mai più la vostra famiglia… Lo giuro sulle tutte le nostre future generazioni! Ci scorderemo tutto a suo proposito. Mai più faremo…”

“è un inizio.” Ammise Vegeth. “Hai detto bene la prima parte. Ora, che ne dici della seconda?”

Don sussultò. La seconda parte?

“Mia… figlia?”

Vegeth scoppiò a ridere.

“Ma, mio caro Don, neanche tua figlia vale nulla. È già mia. E posso averla quando voglio, dove voglio.”

Don deglutì profondamente al pensiero che, dovunque fosse sua figlia, sarebbe sempre stata tra le grinfie di quel Saiyan e non poteva fare nulla al proposito.

“La seconda parte è il completo smantellamento della tua organizzazione. Voglio una completa sospensione di tutti gli sporchi affari con i quali la tua Mafia ha a che fare. Ma voglio che succeda lentamente, tranquillamente, per evitare violenze e ribellioni. Voglio tutti i miscredenti reintegrati nella vita di tutti i giorni. Voglio che i traffici, le minacce, e i trasporti di droghe e di armi finiscano. Hai tutta la vita per farlo, ma è meglio che inizi ora, Don! Preparati per la tua più grande impresa: sarà la fine della Mafia e l’inizio di un mondo più piacevole. E se i risultati non saranno continui, allora tu, la tua famiglia e ogni altro capo di questa Mafia vivrete il resto della vostra vita da soli.”

Don stava tremando, ma aveva capito. Riuscì a rialzarsi, anche se era ancora in ginocchio. “D’accordo!” rispose chiaramente.

E poi, Don sentì una leggera brezza che gli accarezzava il viso. Quella era la solita brezza che sentiva quando il vento spirava da Nord. Il vento era tornato!

In realtà, Vegeth aveva semplicemente rilasciato i suoi poteri telecinetici per impedire alle gigantesce masse d’aria di salire in cielo, spedendole verso posti meno caldi e meno pressurizzati. Poi fermò anche la sua emissione di aura oscura intorno al luogo. Era così lieve che Don non l’aveva vista, anche se comunque aveva avuto una sensazione di disagio che non riusciva a spiegarsi. Tutti gli animali, dai vermi alle aquile, inclusa la lepre e i piccoli uccelli, si sentirono rinati e lasciavano i loro nidi o le loro tane. Gli uccellini iniziarono a cinguettare e i condor si alzarono in volo e cominciarono a circolare in tondo.

Don stava udendo il classico suono che emetteva la natura.

Vegeth si alzò svuotando la sua tazza. Poi la lanciò in aria e scomparve.

Don non riuscì a vedere Vegeth di fianco a loro ogni volta, ma vide i suoi uomini riapparire uno dopo l’altro in poco tempo. Alla fine, Vegeth riapparve, riprese al volo la tazza che aveva lanciato e la sistemò nel piattino.

Gli scagnozzi non attaccarono. Ma si misero in ginocchio per venerare il loro dio. L’intera casa ora era piena di vita.

E Don comprese che aveva fatto la sua promessa dinanzi tutto il suo esercito.

Anche se avesse avuto la pessima idea di non mantenerla, ora non poteva, perchè tutti ormai erano al corrente che era sotto gli ordini di Vegeth. Si alzò correndo per la casa attraverso la portafinestra. Salì le scale più velocemente che poteva e attraversò il corridoio. Sulla sua strada, vide alcuni dei suoi guerrieri con la testa in direzione del terrazzo, anche se non potevano vederlo direttamente. Anche il potente ed impressionante Kull di Askull era stato sottomesso da Vegeth. Eppure, nessuno di loro mostrava segni di percosse o ferite. Quasi cadde mentre svoltava l’angolo. La porta bloccata si aprì quando riconobbe il suo DNA e corse dentro. Le guerriere erano a terra e sua figlia, che stava sedendo sul letto a baldacchino con le braccia avviluppate alle ginocchia, stava bene.

Don le corse incontro e la abbracciò fortemente mentre lei iniziò a boccheggiare dallo stupore, era sorpresa dal comportamento affettivo e preoccupato del padre.

Quando Don tornò in giardino, Vegeth era scomparso e non lo avrebbe mai più rivisto. Aveva capito che ogni suo uomo era stato portato via senza avere il tempo di fare nulla, e non si erano nemmeno accorti di quello che era successo. Vegeth trasportò più di duecento persone ed animali in un solo secondo e tutti in diversi posti. In questi vari luoghi, aveva trattenuto la loro aura semplicemente con l’influenza della sua: li aveva schiacciati e aveva forzato loro alla resa. Quelli che avevano resistito di più erano i più esausti, ma nessuno di loro era stato ferito durante l’accaduto perché nessuno di loro era nemmeno riuscito ad alzarsi in piedi.

La città vicina si era ritrovata a visitare un’altra piccola città che si trovava a chilometri di lontananza. A parte una torta bruciata, un boss finale di The Legend of Zelda XXIV che non era stato sconfitto perché nessun giocatore l’aveva mai giocato, non ci fu il minimo problema. Anche il vecchio centenario, Alfredo l’Ipocondriaco, che soffriva di problemi di cuore, non si era accorto di nulla.

Il dio Vegeth era riuscito a controllare a piacimento un’intera Mafia interstellare in nemmeno un giorno e quell’evento si aggiunse alle sue imprese leggendarie.

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